Intervista a Fulvio Bugani

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Fulvio Bugani, nasce a Bologna nel 1974. Fotografo, intraprende la carriera 25 anni fa. Che cosa l’ha spinta su questa strada?

Una passione da sempre. Da piccolo mi emozionavo e mi perdevo a guardare gli album di fotografia di famiglia dei nonni. Parliamo di foto in degli anni ’40 – ’50. Immagini in bianco e nero, per me affascinanti ed eleganti, con ambientazioni interessanti. Attraverso quelle immagini ritrovavo non solo le persone che conoscevo, ma l’atmosfera dell’epoca. La Bologna di una volta. Guardando quegli album ho capito che la fotografia era qualcosa di più di un semplice ricordo. Era un’arte, una forma di comunicazione che mi affascinava, anche se allora non ne capivo ancora la forze e le potenzialità.
Questo mi ha spinto ad approfondire la mia conoscenza e alla fine mi sono lasciato rapire. Tutto quello che faccio è sempre legato alla fotografia.
Quali sono i maestri che hanno influenzato il suo stile o che sono stati importanti nella sua crescita?

Tanti grandi maestri. Mi sono appassionato a diversi stili fotografici e ho cambiato nel tempo il modo di vivere, vedere e fare fotografia. Non smetto mai di studiare ed imparare. Questo è quello che dico sempre anche ai miei studenti. Guardare i lavori di altri fotografi è cruciale per una crescita
personale continua. Quelli che ti emozionano di più sono quelli a cui ti ispiri maggiormente. Da ragazzino mi sono innamorato artisticamente di Jeanloup Sieff, mentre crescendo mi sono ritrovato molto nell’incredibile lavoro di Alex Webb. Le sue composizioni complesse, e l’uso magistrale che sa fare di luci e colori, mi incantano e mi spingono verso un genere fotografico che capisco essere di non facile comprensione. Ho poi grande stima, sia artisticamente che umanamente, di due grandi fotogiornalisti contemporanei Franco Pagetti e Tim Hetherington, che ho avuto la fortuna di conoscere di persona.

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Studiando i suoi lavori ho notato un interesse per le manifestazioni di piazza o comunque scene con una forte presenza umana. Scene in cui cerca la passione e le emozioni che vengono sprigionate in contesti come delle marce di protesta o scene di strada. Da pochi giorni sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo 2015 e lei è stato premiato nella categoria Contemporary Issues, 3rd prize singles. Complimenti vivissimi. Ci parli di questo lavoro.

In realtà non sono affascinato in maniera particolare dai grandi eventi. Quello che mi interessa sono invece le persone. Mi interessa conoscerle nella complessità della loro vita quotidiana, perché anche nella vita di tutti i giorni si nascondono grandi storie. Sicuramente mi attraggono i contrasti e chi vive ai margini della società, perché penso che la fotografia possa essere un modo per dare voce a chi spesso è ignorato da tutti. Forse il lavoro a cui ti riferisci, parlando di manifestazioni di piazza, è quello sulle elezioni politiche in Kenia, che però fa parte di un reportage più ampio sulla vita nelle baraccopoli di Nairobi e sul Kenia in generale. Per quanto riguarda invece la foto premiata al World Press Photo è una foto che rappresenta molto bene il mio stile fotografico e sono quindi molto contento che abbiano scelto proprio quella. Fa parte di un lavoro sui waria, cioè i transgender indonesiani (la parola deriva infatti dall’unione di due termini: “wanita” che significa donna e “pria” che significa uomo). Nello specifico il mio reportage parla di una scuola coranica per transgender musulmani, unica nel suo genere in Indonesia e probabilmente nel mondo, gestita da un’attivista LGBT, Shinta Ratri, che è diventata il punto di riferimento della comunità waria a Yogyakarta. Lo scatto premiato raffigura un ritrovo della comunità waria organizzato da Shinta per sensibilizzare I locali sul tema dell’integrazione sociale. Sono presenti quindi nell’immagine sia transessuali musulmani che persone comuni, donne e uomini. A mio modo di vedere la forza della foto sta proprio in questo aspetto: nel non avere un unico soggetto fortissimo, ma presentare più elementi di pari importanza che costringono il lettore ad analizzare la foto con molta attenzione e a porsi delle domande. Mi piace che in questa immagine si colga un aspetto positivo: l’integrazione è possibile anche in un mondo dai forti contrasti. L’Indonesia è infatti il paese con la più alta percentuale di musulmani al mondo, è quindi interessante che proprio lì sia stata aperta una scuola del genere. Come puoi immaginare i rapporti tra religione e sessualità sono piuttosto complicati.

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Quali sono le ispirazioni e le motivazioni che le fanno scegliere un progetto?

Mi lascio guidare dall’istinto e a volte anche dalle storie che mi colpiscono e che voglio approfondire. Non scelgo mai una storia in maniera calcolata, pensando a cosa può essere più giornalistico o interessante per un concorso. Scelgo ciò che desta la mia curiosità, altrimenti non riesco ad appassionarmici e quindi a fare un buon lavoro. Penso onestamente che si possa trovare qualcosa di interessante ovunque. Non è il luogo che fa la differenza, ma le persone e, soprattutto, il mio approccio con esse! Come ho già detto, non cerco mai il grande evento, sono interessato alla vita comune, perché come diceva un grande autore che amo, Ryszard Kapuscinski, l’unico modo per capire veramente la nostra cultura è conoscere direttamente le altre.

Dove possiamo seguire le sue attività e i suoi lavori?

Non ho ancora avuto modo di completare un mio sito personale dove mostrare tutti i miei lavori perché sono sempre molto preso da mille impegni, ma ho pubblicato alcuni dei miei reportage sul sito del mio studio fotografico

www.fotoimage.it

In rete mettendo il mio nome si possono trovare anche scatti realizzati per Amnesty international o per Medici Senza Frontiere.

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Questo blog nasce per accrescere, con la condivisione di esperienze e di fonti, il valore della Cultura fotografica. Che cosa è per lei la Cultura fotografica e come giudica il suo stato in Italia?

Purtroppo la fotografia in Italia è molto bistrattata, basta guardare le fotografie sui quotidiani, c’è poca attenzione all’immagine che diventa quasi solo un contorno alla notizia scritta, oltre al fatto che nessuno indica mai le credenziali. E’ invece importante dare la paternità ad una foto, così come la si dà ad un articolo. Credo che ci sia una grande mancanza di cultura fotografica in Italia, anche se abbiamo grandi fotografi, come ha dimostrato il World Press Photo che quest’anno ha premiato tanti bravissimi colleghi italiani. Con l’avvento del digitale, sempre più persone si avvicinano a
questo mondo ma spesso imparano solamente ad utilizzare la macchina fotografica senza imparare invece a leggere le immagini e a sviluppare un senso critico nei confronti delle fotografie. Questo è quello che cerco di insegnare nei miei corsi. Trovo che sia importantissimo divulgare della cultura fotografica, oltre alla passione per quest’arte. Le persone vanno affascinate e coinvolte in un discorso fotografico ampio, che riguarda non solo i grandi fotografi classici ma anche autori contemporanei. Bologna è una piazza difficile per la fotografia, e con il supporto del mio collettivo Foto Image, stiamo cercando di dare spazio presentando con professionalità autori emergenti e grandi fotografi organizzando tra i tanti workshop anche serate ed esposizioni fotografiche aperti a tutti.

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