Nellʼennesimo triste periodo in cui si stanno consumando continue stragi tra Israele e Palestina, ogni organo di informazione riporta lo stato di crisi giorno per giorno, condito da dichiarazioni molto formali e poco convinte di tutti i politici del mondo.
In effetti lʼattenzione del mondo è rivolta a questo conflitto, che appare come una nuova inutile strage tra fratelli che si massacrano. Tutti sappiamo che quando la tensione tracima in quella striscia semidesertica affacciata nel mediterraneo, ciò che vedremo sarà solo morte e distruzione.
Oltre alla grande tristezza che è nata in me alla notizia di questa escalation, mi sono ricordato di Antonio Faccilongo, della famiglia che lui ha conosciuto in Palestina e dellʼaffetto che li lega. Mi sono subito chiesto se stessero bene. Poi però ho ripensato alla storia di Antonio, fatta di foto che raccontano la storia di qualcuno che non cʼè. Una storia senza un protagonista.
Con questo pensiero in testa, ho guardato i notiziari e gli articoli sui quotidiani con unʼattenzione diversa, cercando di studiare la comunicazione visiva e ponendo attenzione sia a quello che veniva mostrato che a quello che non veniva mostrato. Ciò che avevo davanti agli occhi non era: morte e distruzione. Ma solo distruzione. Dove era finita la morte? Vengono continuamente aggiornati i conteggi dei morti, ma non si vedono.
Per tre giorni ho aperto gli articoli online sul conflitto israelo-palestinese, e per tre giorni non ho mai visto la foto di un morto sui primi cinque giornali italiani per vendite. Ho visto i servizi dei notiziari di canali di informazione satellitari italiani, e non ho mai visto un morto.
Naturalmente ogni testata giornalistica ha rimarcato la gravità della situazione presentando, o descrivendo, uno scenario preoccupante. Immagini di esplosioni lontane, di palazzi che vengono rasi al suolo, o paesaggi notturni solcati da razzi luminosi e fuochi di incendi.
Manca però una cosa in questo quadro. Il conto dei morti ammazzati oggi segna tristemente quota duecento. Ma non li abbiamo visti. Negli anni ho visto tanti reportage di bravissimi fotografi che senza spettacolarizzare la morte, non la nascondevano ma la presentavano per quello che era: unʼinfinita tristezza.
Non ho alcun dubbio che i reporter in Palestina stiano facendo egregiamente il loro lavoro. Eppure non riesco a trovare quelle foto sui media italiani. Mentre su CNN o Al Jazeera non ho problemi a trovare anche quelle fotografie.
Quindi mi domando: i media italiani non vogliono far vedere quelle foto per pudore o per opportunità?
Lʼipotesi del pudore è francamente ridicola, perchè ciò che sciocca le masse ne catalizza anche lʼattenzione, e lʼattenzione si traduce in visibilità. Inoltre i precedenti non incoraggiano a credere nella pudicità dei nostri media mainstream.
Quindi posso pensare solo che sia per opportunità. Vedere morti ammazzati in una guerra non è scioccante, ma genera solo un senso di fastidio e repulsione. Una orribile banalità di una sofferenza lontana che non vogliamo empatizzare. Questa scelta è condannabile? I media non sono solo un organo di informazione ma aziende che devono produrre profitto per sostenersi. Quindi forse questa scelta opportunistica deve essere accettata dal lettore.
Ma mi chiedo se si possa raccontare visivamente una guerra senza far vedere i morti. Vedere colonne di fumo che sembrano ingenuamente innocue, può davvero raccontare un conflitto che genera unʼimpressionante quantità di cadaveri?
Sarebbe come chiedere di raccontare unʼelezione politica senza far vedere mai lʼimmagine dei candidati.
I cadaveri sono scomparsi ma nessuno se ne è accorto.